|
Giampaolo Blandini: UN MONDO PALINDROMICO IN
FIGURE
Dovendo scegliere un artista per
rappresentare con un’opera la copertina di questo 2002, l’unico anno
palindromo del secolo, non si potrebbe pensare ad un poeta più appropriato
di Giampaolo Blandini per
interpretare in termini di “doppio” e in somma felicità di forme e di colori
la duplicità del “senso” del mondo. E ciò non solo perché spesso le sue
composizioni siano simmetriche, possibili cioè a leggersi sia da destra che
da sinistra, ed esplicitino rapporti proporzionali di equilibrio (rapporti
di simmetria che il mondo reale contiene ma che comunemente non vengono
notati e solo l’occhio attento dell’artista sa vedere e porta gli altri a
vedere), ma per il senso di reciprocità di cui i suoi lavori sono portatori:
raccogliendo e sintetizzando al loro interno tesi e antitesi in forma di
figura. Non si tratta soltanto
di scorgervi l’antinomia tra antico e moderno, veduto e immaginato,
visibile e invisibile: come afferma il critico Giorgio Segato, relativamente
all’opera il Bacio di Giuda, Cristo e Giuda sono l’immagine
speculare della stessa persona, così come, per altri versi, sono legati da
una forte reciprocità antitetica anche i meccanici Giulio e Tilio,
mentre Penelope, Poetessa, Amici al bar, Scarpe,
Città murata, appaiono come forti “doppi sensi” della stessa realtà.
E, ancora nell’opera Metamorfosi, Blandini mostra chiaramente come
l’aspetto umano e quello belluino non siano che due “segni” opposti della
medesima sostanza umana: è il dottor Jekyll che scopre nella sua stessa
anima l’ombra oscura di Edward Hyde: è il destino al quale si rendono conto
di appartenere sia il Sosia di Plauto, di fronte all’immagine duplicata di
sé, sia Narciso, quando annega nella contemplazione delle proprie sembianze
riflesse nell’acqua.
Per
generalizzare, si potrebbe affermare che la duplicità, la specularità spesso
ricompaiono nel mondo dell’arte e della poesia, quasi a ricordare all’uomo
una sua perenne condizione di ambiguità. Ma in Blandini questa tendenza
diviene esemplare tanto che anche alcuni disegni preparatori in cui
l’artista pianifica scientificamente la costruzione dell’opera, progettano
solo una metà dell’intero che verrà attuato. E il carattere dicotomico
sembra radicale anche in altre aspetti dell’attività dell’artista, a partire
dal fatto che le sue costruzioni non possono essere indicate propriamente né
come sculture né come dipinti, ché dell’una e dell’altra assumono il
carattere. Ritagliate senza spessore da una tridimensionalità ipotetica che
dipende unicamente da un improbabile punto di vista, oppure trasformate
dalla realtà concreta cui appartengono, in elementi geometrici semplici
secondo le indicazioni di quello straordinario metodo di simbolizzazione
“inventato” dal Rinascimento ed applicato al mondo per poterlo meglio
dominare e conoscere.
E inoltre, come ben documentano
realizzazioni quali Abbraccio universale, l’artista è in grado di
spartire lo spazio interiore ed esteriore secondo ritmi di contrappunto,
annullando le profondità per richiamare sulla medesima superficie ogni
elemento presente nel campo e negare qualsiasi gerarchia, portando sullo
stesso piano, democraticamente compresenti, sia lo spazio che i suoi
contenuti.
In
questo gioco complesso in cui alto/ basso, primo piano/piano di fondo,
vicino/lontano perdono ogni significato, anche i colori giocano un ruolo
fondamentale: il loro coesistere, puri o in mescolanza, sembra creare quel
continuum cromatico indicato da Augusto Garau come fondamento delle
interazioni armoniche tra tinte che contengono in quantità diverse lo stesso
colore. Sicché ciò che in queste “sculture piatte” in legno di Blandini
appare come un’esplosione cromatica, è solo apparentemente frutto di slancio
vitale che tracima dirompente; al contrario, seguendo le indicazioni della
linea, i colori si distendono in campiture ampie e controllate che esprimono
al livello massimo la loro energia in uno studiato metodo di relazioni.
Ma, al di là degli elementi
formali, che pure costituiscono la sostanza del divertimento nell’apparenza
delle opere di Blandini, quello che ancora colpisce è l’ampiezza di percorso
che tali opere abbracciano: il loro “realismo” che attinge con estrema
acutezza e conoscenza dal carraccismo barocco o dal muralismo messicano di
Alfaro Siqueiros motivi e intenzioni, riesce poi ad essere elaborato in un
linguaggio razionale di tipo cubista, futurista e pop, a mettere a punto
l’integrazione perfetta tra pittura e scultura e, ancora una volta, a far
leggere le storie indifferentemente da sinistra a destra e da destra a
sinistra, lungo l’asse del tempo.
E
questi brani di quotidianità che Blandini descrive, siano essi uomini, donne
o natura, non appaiono vere solo perché riconducibili ad una tradizione
figurativa che ce ne fa riconoscere facilmente forme e strutture (ché, anzi,
i suoi personaggi e la sua natura poco “assomigliano” alla realtà persino
quando sono ritratti), ma perché contengono in quantità binomi opposti,
doppi, sia nell’immagine che nel significato, nel “senso”, cioè
l’affascinante duplicità di cui la realtà è piena.
Infine, si potrebbe dire paradossalmente che le opere di Giampaolo Blandini
piacciono immediatamente in virtù di un loro intrinseco valore
mediato: perché svelano un mondo nel quale gli oggetti convenzionali non
vengono riprodotti, bensì descritti in modo tale che ognuno di noi possa
riconoscerli attraverso un suo proprio, personale sistema rappresentativo.
Giovanna Grossato
La mostra
sarà visitabile dal 23/2/2002 al 24/3/2002 il Venerdì, Sabato e
Domenica dalle 10 alle 12,30 e dalle 15 alle 19,30
|