Presentazione mostra: 
Paolo Lovato -  Dieci Anni
di Giovanna Grossato

Qualche breve appunto per fornire un’indicazione di lettura allo straordinario mondo cromatico di Paolo Lovato che in questa bella cornice architettonica di Villa Querini, ha voluto riassumere e proporre ai suoi amici, artisti e non, e agli appassionati della pittura gli ultimi dieci anni del suo lavoro.

E poiché uno degli attributi con il quale più frequentemente è stato designato il carattere fondamentale della pittura di Lovato è quello di un cromatismo espressionista, vale la pena di soffermarsi un attimo su questo concetto.

 Dire che il colore è espressione, è ricongiungerlo con un suo dato naturale, restituirgli un attributo dal quale era stato delegittimato per molto tempo. Il colore, infatti, fin dai graffiti preistorici sulle pareti delle grotte di Altamira e Lascaux, e su, su nel corso della storia dell’arte, non fu mai considerato molto di più di un complemento del disegno: dal Gotico al Rinascimento, al Barocco al Neoclassicismo. Forse con qualche eccezione, in determinati ambiti pittorici in cui il colore diviene portatore di valori sacri o simbolici: l’oro dei Bizantini, ad esempio, o il lapislazzuli del manto delle Madonne nelle tavole dei primitivi toscani del ‘200.

La vera struttura del dipingere, infatti, era costituita dal disegno e i colori erano qualcosa che si veniva ad aggiungere in un secondo tempo.

Suscitò, infatti, molto scalpore la scoperta, relativamente recente, che all’esame radiografico alcuni dipinti di Giorgione,- grande pittore rinascimentale nato non molto lontano di qui, a Castelfranco Veneto,- non rivelassero una sottostante traccia disegnativa. Una scoperta che accentuò sì l’ammirazione per la sua creatività innovativa, ma forse più stupì per la stranezza che un fatto del genere potesse essersi verificato così inaspettatamente tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, nel pur eccezionale ambito del colorismo veneto.

Infatti, bisognerà arrivare all’Ottocento, con il romanticismo di Delacroix e soprattutto dell’inglese William Turner, perché lo sfaldamento della forma in favore di una maggiore permeabilità alla luce del colore cominci a dare a quest’ultimo un ruolo fondamentale ed autonomo. Saranno successivamente gli Impressionisti e poi Van Gogh, Cézanne e, soprattutto, Gauguin a restituire al colore tutta la forza del suo potere emotivo.

E, sulla scorta di queste esperienze l’Espressionismo, tedesco e francese, prima e verso il 1912 quello astratto di Kandinskji, “scopre”, per così dire (perchè nel campo dell’arte nulla è scoperta, tutto già esiste ed attende solo di essere utilizzato), scopre, dicevo, che ciò che più conta nell’uso pittorico del colore sono i rapporti cromatici.

Evidentemente  esistono molti modi  di utilizzare il colore ma uno degli aspetti dai quali maggiormente si può apprezzare l’abilità di un artista è la sua capacità di valorizzarne le differenze.

Come afferma  G. Diehl nelle sue Proposizioni dell’artista  del 1945, “colore e musica non hanno niente in comune, ma seguono vie parallele. Bastano sette note con variazioni minime per scrivere qualsiasi spartito….Il colore non è mai una questione di quantità, ma di scelta. Ai loro inizi i balletti russi, e in particolare Shéhérazade di Bakst, traboccavano di colore. Profusione senza misura. Si sarebbe detto che il colore fosse stato gettato a secchi. L’insieme era gaio per la materia e non per l’organizzazione..”.

Ecco dunque la necessità, per il pittore che usa il colore e vuole fargli raggiungere la pienezza del potere espressivo, di organizzarlo; e organizzarlo significa far sì che esso corrisponda all’intensità della propria emozione.

Lovato  ha lavorato per anni in questa direzione, studiando, sbagliando e ritornando sui suoi passi, soffrendo e riprovando, cercando di comprendere a fondo come il colore contribuisca a esprimere la luce: non il fenomeno fisico della luce, ma la luce che esiste nel suo cervello. Ogni pittore, infatti, porta dentro di sé il proprio concetto di luce, di colore e di spazio come un bisogno fondamentale. E la sua capacità di mettere insieme questi elementi definisce la sua personalità d’artista, la sua capacità di dominare la realtà e di trascriverla attraverso il colore.

Evocato e nutrito dalla materia, ricreato dallo spirito, il colore può tradurre l’essenza di ogni cosa e insieme corrispondere all’intensità dello shock emotivo. Ma disegno e colore non sono che una suggestione. Per mezzo dell’illusione devono provocare nell’osservatore il possesso delle cose. E questo avviene nella misura in cui l’artista è capace di persuadersi e di trasmettere la sua persuasione nell’opera e nello spirito dell’osservatore

Sono ancora parole di Diehl che esprimono concetti che non possiamo non condividere e non applicare completamente all’opera di Lovato, un pittore che possiede la capacità di rendere sontuoso, prezioso, espressivo ad altissimo livello il colore contenuto nella  semplice gamma cromatica dei sette colori.

Ed è particolarmente veritativo, a guardare i percorsi cromatici di Lovato, il principio secondo il quale nel rapporto con la realtà oggettiva, una forma è sempre qualcosa che viene data a percepire, un messaggio che viene comunicato per mezzo della percezione. Le forme valgono come significanti solo in quanto la coscienza ne coglie il significato: un’opera, insomma, è opera d’arte solo in quanto la coscienza che la recepisce la giudica tale. Ed è per questo, sia detto per inciso, che la storia dell’arte non è tanto una storia di cose e di artisti quanto una storia di giudizi di valore.

Ciascuno di noi, dunque, può porsi, libero da convenzioni e con la propria sensibilità e le proprie valutazioni, davanti a questi dipinti di Paolo Lovato ad ascoltare la loro musica e il loro messaggio

Giovanna Grossato 
Villa Querini di Camposampiero, 10 dicembre 2000

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