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Presentazione
mostra: Per introdurre sia pur brevemente alla lettura delle opere di Mario Schifano che oggi Villa Querini si fregia di ospitare, giova forse fornire una schematica didascalia di che cosa significhi Pop Art, di cui Schifano è forse uno degli interpreti italiani più significativi e vivaci. Pop Art è una tendenza artistica sviluppatasi negli anni Cinquanta che, come ha osservato il critico Lucy Lippard, pur essendo un fenomeno tipicamente americano, è nata due volte: la prima in Inghilterra e la seconda, autonomamente, a New York. Se probabilmente tutti conosciamo gli aspetti più clamorosi di questa espressione artistica, come le gigantesche riproduzioni serigrafiche del volto di Marilyn Monroe oppure i barattolo della zuppa Campbell, non tutti si sono soffermati sul fatto che uno dei temi dominanti della Pop Art è quello dello spostamento radicale del livello dell’iconografia. Ciò significa che mentre tradizionalmente la pittura e la scultura raffiguravano gli oggetti direttamente, sia che questi venissero ripresi dal vero, a memoria, o in rappresentazione fantastica, nell’arte Pop la rappresentazione mostra chiaramente di essere fatta non a partire dagli oggetti la cui immagine compare nell’opera, ma a partire da immagini preesitenti degli oggetti rappresentati: immagini fotografiche, cinematografiche, televisive o anche, come particolarmente in America, da disegni pubblicitari o tecnici, fumetti, cartoons, rotocalchi e altri prodotti mediatici. Si tratta di una serie di forme visive definite come “iconosfera urbana”, ossia tutte quelle immagini e quei segnali che la città mostra, spesso in modo caotico e sovraffollato, ai suoi visitatori e ai suoi abitanti. Come si diceva prima, se l’aspetto più eclatante e noto della pop art è quello americano, anche in Europa la Pop-Art ha avuto grande diffusione, trasformandosi in varie altre tendenze come Arte povera, per esempio, o il Concettualismo, o come il Nouveau Réalisme francese, promosso a Parigi dal critico Pierre Restany e che ebbe nell’italiano Mimmo Rotella e anche in Valerio Adami, Enrico Baj, Michelangelo Pistoletto e, appunto, Mario Schifano interessanti protagonisti. Apparso in un primo tempo in un gruppo molto coeso assieme a Tano Festa e Franco Angeli nella vicenda della Pop romana, Schifano condivise, infatti, con i compagni l’esperienza dell’iconografia di secondo grado, l’immagine dell’immagine. Schifano, che è nato in Libia, a Homs nel 1934 ed è morto tre anni fa a Roma, aveva iniziato a dipingere tra il 1952 e il ’54, dopo un’adolescenza piuttosto turbolenta, ed ebbe la sua prima mostra a Roma, nel 1959. Ma fu nel 1960 che ebbe inizio un grande cambiamento, dopo un passaggio attraverso l’arte informale, nel quale era evidente quanto il pittore stesse subendo le suggestioni dell’arte nord americana, con esiti piuttosto critici nei confronti della cosiddetta “società dei consumi”. Nei primi lavori di Schifano degli anni Sessanta l’iconografia minima (numeri, linee) si alterna a stesure monocromatiche, realizzate con colori industriali lasciati sgocciolare sulla carta o sulla tela; in seguito le insegne pubblicitarie o i paesaggi cosiddetti “anemici” vengono espressi con una pennellata fluida e ricca, che li pone come possibile alternativa alla pittura del realismo illustrativo del sociale, pure praticata in quegli stessi anni. Immagini di grande lucidità sono i frammenti dipinti di marchi comuni come quelli della “ESSO” o della Coca-Cola” su monocromi gocciolanti. In esse alla meccanicità ripetitiva delle scritte e al contorno segnato da un tratto geometrico Schifano voleva opporre la manualità dell’esecuzione; al “generale” del bene di consumo, il “particolare” della persona che lo fa proprio. Fu probabilmente passando attraverso l’esperienza della Pop Art che in Schifano maturò la stagione dei grandi “schermi televisivi” e approdò successivamente, per tutti gli anni Sessanta, al filone di rivisitazione delle avanguardie storiche, in modo particolare quella del Futurismo. La raffinatezza di queste premesse è provata da uno da uno dei quadri più noti di Schifano, Futurismo Rivisitato del 1966, in cui l’artista rielabora una fotografia del gruppo di Futuristi e sembra domandarsi che cosa possa restare nelle nuove avanguardie dell’entusiasmo che aveva guidato quelle del primo Novecento. “Negli anni Sessanta ho guardato molto ai particolari del paesaggio urbano e no, negli altri anni, invece ho cercato immagini dentro ai libri, altre volte ancora dentro frammenti di programmi televisivi, oppure in frammenti di riviste o, ancora, ho cercato di lavorare con la memoria sopra immagini che tutti vedono o avevano visto maturandone e facendone emergere l’essenza, la germinalità, la primarietà" Queste sono parole dello stesso Schifano in un’intervista del 1982 che ci illuminano in modo diretto e preciso sulla sua personalità d’artista e di uomo, un artista dai molti percorsi e dalla inesausta curiosità della ricerca e un uomo cui appartenne anche un impegno politico. La pittura di Schifano fu connotata dal senso tragico della consapevolezza che ogni immagine era destinata a durare pochissimo. Anche per questo nella sua produzione più tarda sono proliferati quadri fatti con grande velocità e sulla base di fotografie polaroid: scatti rapidi, talvolta tratti dallo schermo televisivo, fatti nell’ansia di vedere subito il risultato e con l’obiettivo di evidenziare la contrapposizione tra parti “mediatiche” e parti “soggettive” del quadro. “Guardare è il primo atto, poi c’è il soffermarsi….-prosegue l’intervista di Schifano del 1982- questo è stato il mio programma”. Questa costante attendibilità del suo guardare fu, probabilmente, la molla che, dopo un lungo periodo di crisi, portò l’artista a rimettersi a lavorare intensamente, con un ritrovato interesse per la pittura che lo ha ricondotto, negli ultimi anni, anche alla dimensione della tela e del quadro. |