Le vele della solidarietà
di Giorgio Di Genova

Non deve assolutamente stupire che si sia inteso avviare la stagione espositiva 2000-2001 del Museo con una mostra di tende di Dario Fo, di Tinin Mantegazza e di Tono Zancanaro. E non perché esse sono state realizzate per una manifestazione estiva e al I° settembre siamo in ancora estate. Quindi non è per consequenzialità estiva che il Museo Bargellini ospita la summa delle tre manifestazioni svoltesi a Cesenatico dal 1998, bensì per la propria particolare fisionomia, dovuta al fatto che esso è impostato sulle generazioni ed ha sin dalla prima ideazione stabilito di seguire una rotta di confronti generazionali e di riflessione sulle situazioni meno scandagliate, anche quelle non in linea con le tradizionali programmazioni dei musei d'arte contemporanea, specialmente se attraverso esse si può contribuire per le strade dell'arte ai principi di solidarietà umanitaria, com'è appunto la presente mostra.

Infatti a conclusione dell'evento espositivo sarà battuta un'asta (i cui proventi saranno devoluti per la realizzazione di interventi strutturali per la ricostruzione del Padiglione di ostetricia e ginecologia dell'Ospedale di Malindi e per la creazione dei dormitori e dei servizi dell'Orfanotrofio-Scuola per bambini sordomuti di Kilifi, sempre in Kenya), che comprenderà anche opere di altri artisti per tale fine affidate al Museo. Così esse contribuiranno ad arricchire l'offerta d'arte costituita dalle tende dipinte da un grande autore e teatrante, come Dario Fo, che per la sua attività è stato insignito del Premio Nobel, ma che ha sempre covato in sé il desiderio di fare il pittore, anche se poi alla pittura non s'è dedicato professionalmente, il che non v-uol dire che l'abbia praticata in modo dilettantesco, come ha ben documentato la pubblicazione Dario Fo. Il teatro dell'occhio, uscita nel 1984 per i tipi di La Casa Usher; da un illustratore e decoratore, come Tinin Mantegazza, un altro che, formatosi tra gli artisti che a Milano negli anni Cinquanta gettavano le basi dell'Arte Nucleare, divenendo poi segretario di un centro importante come il San Fedele, da cui sono usciti i protagonisti del Realismo esistenziale, tutti suoi amici, ha coltivato la pittura in segreto, per uscire allo scoperto (quando ormai era noto per i suoi spettacoli teatrali e televisivi e l'attività giornalistica) solo alla metà degli anni Settanta; ed infine dal famoso autore dei satirici sberleffi antimussoliniani del Gibbo, come Tono Zancanaro, il quale, oltreché infaticabile disegnatore ed incisore, da pittore e ceramista ha vissuto e s'è fatto apprezzare.

Le tende, o vele, come le chiamava Fo, realizzate (secondo un criterio che Giulio Bargellini ama, tanto da averlo adottato per la scultura nel suo villaggio a Malindi) su opere di artisti, con la collaborazione degli studenti dell'Accademia di Belle Arti di Ravenna, dove appunto Tono dal 1970 al 1977 ha insegnato incisione, afferiscono a tre autori di diversa generazione, cioè quella dei nati negli anni Venti (Dario Fo), quella dei nati negli anni Trenta (Tinin Mantegazza) e quella dei nati nel primo decennio del secolo (Tono Zancanaro), rispondendo pertanto alle coordinate prestabilire per la rotta del viaggio intrapreso dal Museo, viaggio che vuol aiutare, magari proprio usufruendo di queste vele gonfiate da un vento fresco e originalmente direzionato con l'ausilio della bussola generazionale, a ragionare sull'arte in maniera diversa rispetto alle impostazioni finora praticate. Se l'ausilio di tale bussola finora ha funzionato e sta tuttora funzionando per i volumi della Storia dell'arte italiana, che dal 1990 sto scrivendo, sono persuaso funzionerà pure per le mostre che si svolgono in un Museo d'arte delle Generazioni italiane del '900.

Anzi, sono convinto che proprio un taglio espositivo di tal genere possa aiutare a far meglio comprendere l'impostazione per sale generazionali del Museo, che della citata Storia dell'arte per generazioni è propaggine, nonché a convincere i visitatori e frequentatori che, ancorché tale impostazione sia arbitraria, come per primo io stesso riconosco, essa tuttavia sia per molteplici e vari aspetti più propizia ed utile di tutte le arbitrarie storie dell'arte del '900 costipate in uno o due soli volumi, non foss'altro perché permette di ricordare anche le figure cosiddette minori, che talvolta tali sono solo per ragioni di mercato, e di ricostruire connessioni e situazioni anche regionali, di solito ingiustamente trascurate, come se la storia dell'arte, per l'inveterata, quanto datata ed errata, concezione aristocratica della cultura, fosse fatta, per rubare termini ad Alessandro Manzoni, solo da pochi "Prencipi e Potentati".